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Racconto horror. Sangue in Avenue de Suffren

Questo è un racconto horror ambientato in Avenue de Suffren, una delle tante splendide strade della romantica e magica città di Parigi. 
Leggetelo e lasciate un commento :) 

Buona lettura.

La fata uncina


Uno scorcio di Avenue de Suffren scattato e condiviso da un utente del Web.


In una caffetteria all’ angolo di Rue Saint Dominique si incontrano tante persone singolari. Le ragazze sono quelle più buffe quando decidono di ritrovarsi intorno un tavolino di legno. Prontissime a scambiarsi complimenti, sorrisi più o meno sinceri e piccoli ululati di gioia, le cose che non sono mai accadute a nessuno, bene: loro le hanno vissute. Le coppiette che vengono a far colazione dall’università non lontana si distinguono perché non si scambiano effusioni in pubblico, stanno compostamente sedute al tavolo. Lui ha la testa china sul libro con le mani sulla fronte. Lei è curva sul tavolo e scarabocchia qualcosa su un grosso quaderno. Il latte e caffè gigante che hanno ordinato è come uno spettatore silente. Credetemi: se i bicchieri di plastica che girano ogni giorno nelle caffetterie potessero parlare, molte, molte storie da raccontare. Certo: io non sono un bicchiere e nemmeno sono di plastica. Ho però qualcosa da raccontare che risale non molto tempo fa. Stavo facendo uno spuntino proprio qui, in questa caffetteria che si trova a circa mezz'ora a piedi dalla Torre Eiffel. Seduta al tavolino nell'angolo, quello con un bel divanetto morbido, tappezzato di velluto rosso. Una postazione ideale per guardare attraverso il vetro la vita che scorre fuori. Scorrevo affannosamente gli annunci di lavoro. Qualsiasi cosa, insomma, per potermi pagare l'affitto perché il mese era quasi alla fine e mi sentivo l'acqua alla gola. Sarebbe stato mortificante chiedere i soldi ai miei genitori che poverini dall'Italia, attendevano le mie videochiamate come altrettante epifanie. Mentre addentavo l'ultimo biscotto con scaglie di nocciola, da lontano intravidi una macchia rossa sotto al tavolo di fronte al mio. Cercai di mettere a fuoco l’immagine e notai che una donna sulla quarantina aveva delle perdite mestruali. La cosa era abbastanza ridicola. Comunque sono una donna anche io e presto mi resi conto che non era proprio una bella situazione. Cominciai a fantasticare sulla vita di quella donna prima e dopo la sua presa di coscienza di avere il ciclo. Sapeva che il ciclo stava per arrivare quando, quella mattina, aveva spalmato le sue creme sul volto pallido e aveva scelto, certo con molta cura gli abiti da indossare, tra i quali spiccava un delizioso cappottino ocra così ben abbinato alle Louboutin. Dopo aver messo due gocce di Chanel credo sia uscita di casa diretta verso questa caffetteria. Chissà chi doveva incontrare, quali erano i progetti della giornata. La guardavo e pregavo affinché il suo cappottino ocra si salvasse da quella perdita imbarazzante. Pessima scelta i pantaloni beige, perché erano davvero macchiati. La guardavo ancora sperando di incrociare il suo sguardo, ma nulla da fare. Quando la cameriera le portò la fetta di torta di carote con panna che aveva ordinato, si rese conto del fattaccio. Si guardò intorno per capire se qualcuno si fosse avveduto della cosa e diventò rossa in viso. Quanto a me, finsi di scrivere al PC. Ma giusto il tempo di abbassare lo sguardo che quella donna era sparita lasciando la borsa sul tavolo. Vidi il cameriere aprire la borsa per cercare i documenti, ma nulla. Tirò fuori un bigliettino, lo lesse e poi lo ripose nella borsa. Sussurrò qualcosa ai colleghi, dopodiché si avvicinò a me chiedendomi un favore. Mi aspettavo richiesta di informazioni su quella donna. Ma così non fu. Il tipo pretendeva che io andassi esattamente all'indirizzo segnato sul biglietto risposto nella borsa per consegnarla alla legittima proprietaria. Lì avrei ritrovato la donna con il primo giorno di ciclo mestruale. Si trattava della titolare di una libreria in Avenue de Suffren sulla cui vetrina, un paio di giorni prima, avevo letto un “Cercasi personale”. Non lontano dalla Torre. Avendo un disperato bisogno di denaro, che per un fuori sede non basta mai, accettai di corsa l'incarico. Senza pensarci su, infilai il mio semplice cappottino a righe bianche e blu, misi il portatile nella mia borsa a sacco nera e andai dritta verso l'uscita. Con un sorriso, il titolare della caffetteria mi fece capire che la colazione, quella mattina, era offerta dalla casa. Altro vantaggio per una fuori sede direi. Da MAPS risultava che da Rue Saint Dominque dove si trovava la caffetteria, il tempo di percorrenza era di circa diciotto minuti a piedi. Non essendo ancora molto pratica di Parigi selezionai il percorso sul navigatore dello smartphone e azionai il GPS. Mentre camminavo sentivo il piacevole profumo di lavanda che proveniva dalla borsa, e osservavo con piacere il verde che circondava quella zona della città. Improvvisamente un bambino con un cappellino rosso mi chiese di giocare a palla. Gli sorrisi e con garbo risposi di non poterlo accontentare. Più mi avvicinavo a destinazione e più la Torre Eiffel si ingigantiva Era la cosa che avevo visto il secondo giorno che mi trovavo nella capitale francese. Il cielo da azzurro e limpido iniziò ad ingrigirsi, e si alzò un vento tagliente. Le mie guance si raggelarono, e sentii il bisogno di mettere le mani in tasca. Così facendo non potevo però guardare il navigatore. Convinta di essere quasi arrivata, camminavo veloce portando su una spalla la mia borsa e sull'altra quella della donna con il cappotto ocra. A un tratto il mio piede sinistro si bloccò. Abbassai lo sguardo per capire dove si fosse incastrato il laccio. Vidi una piccola manina bianca che giocava con i miei lacci e sentii una vocina che mi invitava a giocare a palla. Mi voltai: era di nuovo il bambino incontrato prima. Con un pizzico di preoccupazione, gli diedi la stessa risposta, liberai con forza il piede e cominciai a camminare a passo svelto. Guardandomi intorno, notai qualcosa di strano. Negozi, botteghe, bistrot e caffetterie internazionali erano vuoti. In strada non c'era nessuno. Solo una libreria era aperta e illuminata. Fu in quel momento che realizzai di essere arrivata in Avenue de Suffren. C'era così tanto silenzio che i miei tacchi si fecero tamburi ad ogni passo. Prima di entrare in libreria osservai l'insegna e mi accorsi che c'era qualcosa che non andava: era scritta al contrario. Un'insegna impressa di proposito al contrario sul vetro. Pensai fosse una scelta originale e spinsi la porta che fece suonare le campane tubolari che resero ancora più affascinante l'atmosfera nella quale stavo per trovarmi. Un violino suonava una melodia malinconica che curiosamente ben si legava al puzzo di umido e polvere; quanto ai libri, non c'erano scaffali, né mobili: erano disposti in ordine decrescente. Tutti di colore rosso; e ognuno aveva accanto una candela. Non c'erano scaffali, né mobili. I libri erano parte dell'arredamento. C'erano solo sedie. Feci qualche passo e osservai con attenzione quel macabro ambiente cercando di capire da dove provenisse il violino. Poggiato su una pila di libri c'era un quarantacinque giri e feci un collegamento. Mi accorsi poi che il disco non girava e come amara consolazione fui presa di soprassalto dal rumore di unghie che grattavano con velocità qualcosa di ferro fino a quando non sentii un forte boato. Mi si strinse il cuore dallo spavento ma non gridai. Girandomi mi accorsi che un branco di topolini aveva fatto cadere un libro. Solo in quel momento mi balenò in mente l'idea di scattare una foto. Lo feci ma mi accorsi che non c'era la 3g e quindi non potevo condividere istantaneamente la foto su Facebook. Qualcosa si era appena poggiato sulla mia spalla sinistra. Un brivido mi salì lungo la schiena, e provai a guardare con la coda dell'occhio. Vidi delle dita affusolate e riconobbi quei manicotti color ocra. Mi voltai ed ebbi conferma di quanto pensavo, era la donna con il ciclo mestruale. La osservai per bene, i suoi occhi erano di un verde smeraldo meraviglioso, i capelli erano neri e lisci e il collo magro e lungo. Di nuovo allungò la mano verso la spalla dove avevo la sua borsa. Pur tremando di paura, cercai di farle capire che ero appunto venuta per restituirle la borsa che aveva dimenticato in caffetteria. Mi sorrise ma senza proferire parola. Si sedette su di una poltrona fatta di libri rossi. Aprì le gambe e mi mostrò la macchia di sangue che aveva tra i pantaloni. Con molto imbarazzo provai a spiegarle che forse era il caso di provvedere con una soluzione igienica, ma lei prese la borsa e la capovolse. Poi, trasse un biglietto dalla tasca e, restituendomi anche la borsa, me lo porse. C'era scritto 8, boulevard de Ménilmontant. Il messaggio era chiaro, voleva che andassi all'indirizzo indicato sul biglietto. Mi guardò con i suoi enormi occhi verde smeraldo. Uscii da quell'ambiente triste e cupo. Dovevo prendere la metropolitana: questo era certo; ma non avevo ben capito dove si trovasse la zona che dovevo raggiungere.L'aria era gelida, e il cielo sempre più grigio. La Torre Eiffel sembrava una spada gigante, mancava solo un fulmine che si diramava intorno. Così presi lo smartphone per affidarmi di nuovo al navigatore ma la linea era completamente assente. Ricordai poi di aver scaricato una APP con la mappa di Parigi che funzionava anche senza connessione e la usai. Andai verso la fermata metropolitana Ecole Militaire e scendendo le scale e tra uno strano odore misto tra agrodolce, piselli in scatola e urina, sentii il rumore del treno sulle rotaie. Di nuovo sentivo l' eco dei miei passi. Biglietteria chiusa e nella stazione nemmeno un'anima viva, tranne un uomo con baffi e divisa che fumava una pipa. Probabilmente era un militare che aveva scelto di tornare a casa con la metropolitana e decisi di avvicinarmi per chiedere informazioni. Mi rispose che anche lui era diretto verso la stessa zona e che se non mi dava fastidio potevamo fare la strada insieme. Toccandosi la punta arricciata del baffo sinistro cominciò a raccontare della sua lunga carriera, senza che io gli avessi chiesto nulla tra l'altro. Figlio di ferrovieri e appassionato di pittura, aveva intrapreso la carriera militare per amore. Pare che la donna della quale si era innamorato avesse un debole per gli uomini in divisa. Era ancora sua moglie e, nonostante fossero sposati da tanto tempo, il loro amore era ancora tanto forte che ogni sera si stringevano e ballavano ascoltando Chopin. Intanto, la metropolitana era arrivata a destinazione. All'uscita, lo scenario era sempre lo stesso, nessuna persona in giro, aria cupa e gelida e cielo grigio. Il quartiere era un pochino più residenziale, alberato nonostante tutto e forse se ci fosse stata più movida sarebbe stato piacevole abitare da quelle parti. Assieme al militare, svoltai l'angolo della strada e ci trovammo di fronte all'ingresso di un cimitero. Era il cimitero Père-Lachaise. Invitandomi a seguirlo mi portò vicino la tomba di George Méliès. Fui stupita dalle dediche che aveva il regista di Le Voyage dans la lune. Non fiori ma tantissime frasi scritte da artisti e videomakers di tutto il mondo che forse speravano che lo spirito del maestro potesse vegliare su di loro per guidarli nella realizzazione dei propri sogni. Una palla cadde dinanzi a me e di nuovo una vocina che non mi era nuova mi chiese di giocare. Di nuovo mi voltai. Era il bambino con il berretto rosso che si avvicinò al militare chiamandolo papà. Qualcuno strappò la borsa dalla mia spalla e la lanciò verso una tomba. Correndo per recuperare la borsa, qualcosa mi lasciò sconcertata. Alzai lo sguardo verso la lapide che mi stava di fronte e tremando, vidi degli occhi verde smeraldo in una foto imprigionata da una cornice dorata di forma ovale. In lucide lettere d’ottone c'era scritto “Corrine Bernard, libraia”.


Josy Monaco

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