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Storia di una ladra di vendette. Seconda puntata.

Le converse gialle luccicavano sotto il Sole bollente di un'estate che non voleva decidersi a lasciare il posto all'autunno. Ero entrata in un'altra dimensione, quella di un lontano passato. Non era la prima volta che trascorrevo un sabato mattina nel parco archeologico della Sibilla Cumana, ma quella volta fu tutto diverso. Stavo correndo senza affanno e riuscivo a contemplare i ricordi mentre allo stesso tempo mi muovevo. Non era il mio stato di salute a sorprendermi, quanto l'aver compreso cose che prima mi erano sconosciute e che per anni mi erano passate davanti come treni rari senza che me ne rendessi conto. Questi sono frammenti delle uniche cose che ricordo prima di aver messo piede presso il mio luogo di lavoro.
Da quando lavoro per la Tonepane, ho una miriade di segreti o, per meglio dire, di scheletri nell'armadio, ma va bene così. Ricordo ancora il giorno in cui fui convocata per il colloquio. Avevo in realtà preso contatti con un centro di bellezza con lo scopo di migliorarmi. Ricordo di essere stata contattata da un uomo estremamente gentile, dalla voce calda, che mi ha chiesto di fissare un appuntamento. Era mercoledì 18 settembre 2015.
Entrai in un edificio di vetro. Non c'era alcun ascensore e, banalmente, la sede della Tonepane si trovava all'ultimo piano. Mi aprì la porta una donna sui quarant'anni, con i capelli rosso tiziano e di altezza media. Fui colpita dal viso lentigginoso e dagli occhi verdi chiaro. Quando mi strinse la mano, mi accorsi che era molto rugosa, forse un po' troppo per una quarantenne, ma evitai di fissarla con insistenza. Mi invitò a sedermi su una poltrona massaggiante e a compilare un modulo con delle domande alquanto insolite:

  1. Saresti disposta/o ad uccidere?
  2. Sei in grado di mantenere un segreto?
  3. Li fa i conti con la tua coscienza?
  4. Che rapporto hai con la tecnologia?
  5. Fino a che punto ti spingeresti per raggiungere i tuoi scopi?
  6. Qual è il tuo piatto preferito?
  7. Sapresti dire il coccodrillo come fa?
  8. Sapresti dire in due o tre parole perché sei qui?
  9. Secondo te sono inutili queste domande? 

Non feci in tempo a rispondere ad ogni domanda. Dopo nemmeno dieci minuti, da un megafono una voce rauca e autoritaria pronunciò il mio nome. Ero l'unica in sala d'attesa e andai dritta verso il corridoio, pur non sapendo in che stanza dovessi entrare. Quasi come a leggermi nel pensiero, dal megafono mi fu indicato il percorso: «avvicinati alla stanza alla fine del corridoio, ma non ci entrare. Continua a camminare. Gira a sinistra e fermati vicino al cactus. Presta attenzione alle spine e prosegui verso la toilette. Non fermarti a fare i tuoi bisogni. Va avanti. Di fronte a te c'è uno squalo disegnato. Resta immobile».
Lo scricchiolio di una vecchia porta di legno attirò la mia attenzione. Quello squalo inquietante si aprì e scoprii che non si trattava di un banale disegno sul muro bensì di una finestrella. Quando le ante furono per spalancate si aprì di fronte a me uno scenario che mai avevo veduto fino ad allora: una nana con un tailleur grigio era in piedi su una scrivania con un cartello: «SEI NEL POSTO GIUSTO. BENVENUTA».
La nana mi fece cenno di entrare scavalcando la finestrella. Obbedii e, quasi come se fossi a casa mia, presi posto su una poltrona color grigio elefante. La minuscola donna si avvicinò a me con una lente di ingrandimento e con il questionario che avevo praticamente lasciato in bianco, dopodiché con le sue scarpine rosse di vernice saltò dalla finestra e mi fece cenno di aspettare.
Ecco. È cominciata più o meno così la mia nuova vita. Farò in modo di trovare qualche ritaglio di tempo per continuare a dirvi altri particolari. Intanto, sappiate che una fanciulla sta per farsi molto molto male e non con una buccia di banana, ma con qualcosa di molto più piccolo e innocuo...


CONTINUA...

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