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Il semaforo. A Natale (non) sono tutti più buoni








La strada davanti a me è larga e libera. Circondata da alberi e mare. Cammino e non sono capace di dare una stima dei chilometri che ho percorso. Sono giorni che vago per queste vie che continuo a non conoscere. Tutte le volte che attraverso allo scattare del semaforo mi sembra di vedere per la prima volta davanti a me quello strano edificio. È giallo e le finestre sono viola. La gente che ci abita sembra non essere di questo mondo. È strana. La mattina, quando attraverso, le finestre si fanno sipario teatrale della vita di quella gente. Si sveglia, guarda il cielo, fa colazione, ride o grida. Il pomeriggio le finestre sono semiaperte. Intravedo bacini e mani che si toccano. Credo sia una danza. Poi qualcuno getta qualcosa via dalla finestra. Forse una carta appallottolata, a nessuno è dato di sapere quali segreti nasconde. La sera, le finestre sono chiuse mentre le luci restano accese. Vedo le ombre, vedo i movimenti. C’è chi legge, c’è chi salta, c’è chi come me si affaccia alla finestra di casa sua per osservare gli esseri umani...

Queste furono le prime parole che che riuscii a buttare giù sul mio quadernone a quadrettoni. Ero al semaforo di via Santa Maria del Pianto, in attesa che la luce diventasse rossa. Erano i primi di Dicembre e se leggerete la storia che sto per raccontarvi, anche voi come me, non dimenticherete mai la lunga interminabile coda di auto nella quale mi trovai quel giorno.
 In quelle settimane nella mia città avvenne qualcosa di straordinario. Badate che mi riferisco al periodo corrispondente alla metà degli anni '80 . Era l'anno in cui a Napoli stava per nevicare come in un inverno polacco e quello in cui la mia squadra del cuore cominciò a vivere il massimo splendore grazie a Diego Armando Maradona. Non ho mai amato il calcio se non per amore della mia patria. In ogni modo, non è questa la sede adatta per parlare di sport. Non ne possiedo le competenze. Non ne capivo all'epoca, figuriamoci oggi.

 Se solo fossi in grado di disegnare prenderei una matita per illustrarvi al meglio la boriosa coda nella quale mi trovavo. Accanto a me, su un carretto di campagna un gruppo di ragazzi, ammassati l'uno sopra l'altro insieme a pecore e maiali, facevano ritorno a casa. Da quanto raccontavano, riuscii ad intuire che tornavano da Londra. Una fuga con ritorno assicurato e con fondo cassa prosciugato. Eppure i loro volti erano privi di rughe di tristezza e i nasi erano arricciati tanto da gonfiare gli zigomi. Nella parte opposta in una Fiat Uno, una donna con in grembo il frutto dei suoi primi mesi di matrimonio sorrideva al marito per il grande albero acquistato. Con molta probabilità, si apprestavano a festeggiare il trionfo del loro nido d'amore tanto agognato durante gli anni di fidanzamento. Per acquistare regali c'erano ancora ventitré giorni di tempo ma le strade si facevano già ricche di involucri di ferro, metallo e benzina.
 La coda partiva da via Don Bosco e arrivava fin lassù. Mentre osservavo le cappelle del cimitero antistante un uomo dai capelli neri, corti e appiccicati sul capo e con baffetti sottili bussò al mio finestrino. Fiori tra le mani non ne aveva, taralli al limone nemmeno, spugna e asta per pulire i vetri idem. Stringeva tra le mani un fazzoletto di stoffa e dunque era lontano anni luce da un tipico venditore ambulante da semaforo. Voleva chiaramente comunicarmi qualcosa. Così, preparando il più affascinante dei sorrisi abbassai il finestrino. Stavo aprendo la bocca per tirare fuori le prime parole che la mente mi dettava ma ci pensò lui ad iniziare la conversazione. Mi fece notare che la mia auto era ferma e cacciava del fumo dal retro. Detto in soldoni: ero io la colpevole di quella fiumana arginata di auto immobili al semaforo.
La coda l'aveva provocata la mia auto. Provando a scusarmi spiegai che avevo da poco ripreso a guidare. La patente sarebbe scaduta di lì a sei mesi e dunque per non bruciare la restante parte del tempo che mi rimaneva, avevo deciso di tornare ad imbottigliarmi nel traffico durante le feste di Natale. Gli diedi anche la motivazione: la gente era felice. Non si lavorava e i bambini non andavano a scuola. Erano tutti liberi di mente e si preparavano ad imprigionare lo stomaco con lauti pranzi e cene. Lo si deduceva bene dal fatto che, provando a guardare in ogni singolo veicolo, tutti i sedili erano occupati, almeno quattro buste del supermercato ricche di cibo, mani che portavano alla bocca roccocò che forse erano stati assaggiati da qualcuno mentre spuntava la lista della spesa.


Da notare anche enormi scatoloni rosa con sopra disegnate biciclette e bambole a grandezza umana. Più tiravo fuori le parole così come la combinazione dei miei tessuti cerebrali mi inviava e più mi accorgevo che le mono sopracciglia di quell'uomo andavano a destra e sinistra come le onde di un mare di carta. Abbottonando la camicetta blu jeans che per distrazione era rimasta aperta, lasciai scendere sul mio volto delle gocce nere. Con le mani coprii il mio seno e abbassai lo sguardo. Riuscii a stimolare la pietà di quell'uomo che per cavalleria mi invitò a sedermi in auto. Avrebbe provveduto a risolvere il mio problema. Per il bene di tutti e in primis per il suo bene pensai. Ascoltando il suo consiglio, tornai sul sedile della mia Mazda nera. Dallo specchietto riuscivo ad intravedere le mani rosse e tagliate dal gelo di quel benefattore che allentando il nodo della sua cravatta piquant green si industriava a guardare a destra e a manca la mia auto. L'istinto gli suggerì di aprire l'autoveicolo sul davanti per verificare se ci fossero problemi tecnici. Nel frattempo, mi accinsi a prendere la mia borsa bordeaux dal sedile posteriore. Prestando attenzione a non graffiare lo smalto rosso che avevo applicato con tanta cura, tirai la zip. Presi il mangianastri giallo e blu. Azionai il tasto play. Gli Eagles cantavano un Hotel California per i cartoni animati. Fui costretta ad estrarre la musicassetta per riavvolgere il nastro affinché la musica potesse tenermi compagnia. La scelta di quella canzone non fu casuale. Insieme a costosi profumi in miniatura e ombretti che risaltavano i miei occhi di ghiaccio, nella borsa portavo sempre un paio di musicassette. Dunque, a mio avviso quello era il momento di sentir cantare che << siamo tutti prigionieri del nostro ingranaggio>>.
L'atmosfera ben si prestava affinché potessi buttare giù nuove parole sul mio quadernone. Ci vollero circa quarantacinque minuti affinché l'uomo che con tanta cortesia e gentilezza stava provando a ripararmi l'auto si arrendesse. Proprio quando ero sul più bello del racconto che mi apprestavo a scrivere, bussò di nuovo al finestrino per dirmi che andava via e che mi conveniva chiedere aiuto a qualche altro automobilista in coda. 
Aprii la portiera spingendo il petto in avanti e lasciai che il mio viso di nuovo si bagnasse con qualche goccia nera. Alzando le mani in segno di innocenza e con lo sguardo triste l'uomo tornò nella sua auto, che si trovava dietro la mia. Si guardò intorno e siccome i vigili non c'erano, con una manovra spericolata che suscitò la rabbia degli altri automobilisti riuscì a liberarsi da quella coda infernale. Lo osservai fuggire via mentre il cofano della sua Regata sembrava ballare con i ramoscelli verdi che uscivano fuori.
Imbarazzata dalla situazione, finsi di giocare con i miei jeans strappati. Più esattamente finsi di provare ad aggiustarli. Fu in quel momento che qualcuno tasto con i polpastrelli le mie spalle. Mi voltai. Era una donna con due grandi occhi di un marrone così intenso che sembravano privi di pupilla. I capelli erano corti e rossi e aveva due enormi orecchini di forma discoidale. Sopra il maglione di colore blu scurissimo, una pelliccia di visone riscaldava le sue spalle. Confesso che l'ansia che quel giorno stavo provando mi provocò un calore tale da non farmi accorgere che faceva freddo. Sentendo dei piccoli brividi mi ricordai di avere in auto la mia giacca dalle spalline gonfie. Prima però, siccome la donna sembrava parecchio irritata, con un altro sorriso di introduzione, cercai di spiegarle il problema. Chiamò in mio soccorso quello che sembrava essere suo marito il quale subito si avvicinò alla mia auto per capire quale fosse il problema. Mettendo in testa un cappello di pelliccia, tornò nella sua auto invitando anche me a fare lo stesso. Entrai, chiusi la portiera e lasciai che gli Eagles continuassero a cantare mentre il mio racconto prendeva forma. In soli quarantacinque minuti avevo riempito già dieci pagine del quadernone. 
 Sorridevo mentre pensavo alla mia bambina che mi attendeva a casa: una macchina da scrivere viola con scritte dorate. L'avevo acquistata in un negozio nei pressi di casa mia. Proprio come accadde a Paul Sheldon quando fu rapito da Annie Wilkes, mancava una lettera. Non si trattava della lettera N. Sarebbe stato molto originale se così fosse stato perché la N è la prima lettera della parola Natale. Quella che a me mancava era la F come le parole furbizia, furfante, fuorilegge. Presa da una foga quasi magica, i personaggi che avevano preso vita nella mia mente, nascevano anche sulla carta. Sapete, quando non si è capaci di farsi perdonare per gli errori commessi o quando al contrario non si è ricambiati dall'uomo che si ama, l'unico conforto sono le parole. Io però non sono tipo da romanzi Harmony. Le storie di consolazione devo scrivermele da sola. Almeno all'epoca così facevo. 
 Sono passati ben trent'anni dall'episodio che vi sto raccontando ma il potere dei sentimenti è rimasto immutato. Le pene d'amore sono sempre le stesse e nel periodo natalizio sono come chiodi che trafiggono il cuore. Come gli atomi che formano le molecole, ogni vocabolo, ogni segno di punteggiatura aggiungevano pezzi mancanti al puzzle della mia fantasia lasciando trascorrere altri quarantacinque minuti. 
Il soccorritore numero due, al pari del primo, si arrese. Fu poco gentile. Chiuse con gesti poco nobili la parte anteriore della mia auto e senza neppure salutare tornò al suo posto con i polpastrelli che nervosamente giocavano con il volante. Solo un segno dal cielo poteva spiegare perché la mia auto non partiva. Di fronte c'era un mobilificio che aveva in vendita un armadio a specchi nei quali si rifletteva la fiancata destra della mia Mazda nera. Come un televisore che trasmette programmi TV per ventiquattro infinite ore, osservavo quell'insolito contesto che non faceva altro che aumentare il mio imbarazzo. Chi mi avrebbe aiutata? In attesa di una nuova anima pia, tornai a sedermi in auto. I ragazzi sul carrettino non prestavano attenzione a quanto mi stava accadendo. Il tempo che si dilatava, gli concedeva la possibilità di riposare dopo il lungo viaggio in terra straniera. Uno di loro aveva tra le mani uno skateboard con sopra una coccarda rossa. Chissà, poteva essere il regalo per un amico da riabbracciare al più presto. Comunque sia, la penna stilografica saziava la mia produzione mentale. Scrivevo, scrivevo e ancora scrivevo. Ero quasi giunta alla fine. Mi sentivo padrona dei numeri degli orologi. Ero più veloce dei giri delle lancette. Quasi mi sembrava di aver vinto una delle sfide più ambite dagli esseri umani: fermare il tempo a seconda delle necessità. La sensazione di potenza faceva danzare il mio respiro. 
Mancavano più o meno una decina di righe alla fine del racconto. Banalmente, qualcuno bussò al mio finestrino. Uno studente dalle fattezze tipiche degli Sloane Rangers, frenando il muco che fuoriusciva dal naso rosso con il cappotto forse rubato al padre, a gesti provò a farmi capire che voleva offrirmi aiuto. Di nuovo preparai un sorriso a metà strada tra la tenerezza e la seduzione capace di nascondere il mio imbarazzo e ancora una volta tornai ad aprire la portiera dell'auto. Parlava la lingua che oggi, più dei lontani anni '80, tutti cercano di imparare, io no. Sognavo un giorno di fare un viaggio nella città dove quasi tutto è possibile. Tra i miei pensieri c'era la voglia di solcare le strisce pedonali di Abbey Road, magari con altri tre amici per imitare il famoso quartetto che molto ha donato alla storia della musica. Magari avrei anche imparato a parlarne la lingua, chi poteva saperlo a quei tempi. Ancora una volta, furono le lacrime nere, a salvarmi. Attraverso la comunicazione non verbale, quel giovane gentiluomo britannico mi invitò a tornare nella mia autovettura perché faceva molto freddo. Tirò sulle ginocchia il pantalone di velluto a coste e si abbassò. Fece un lungo giro intorno al veicolo. Il colpo di scena che mi avrebbe eletta a scrittrice dell'anno segnò il punto di chiusura sull'orecchio di carta creato dal mio gomito. Erano trascorsi poco più di venti minuti. L'individuo, che palesemente proveniva da una buona famiglia, bussò di nuovo al mio finestrino. Mi mostrò un paio di gambaletti femminili che pare fossero incastrati nella marmitta. Sbarrai gli occhi e come sempre capitava, la saliva andò a farsi benedire e riuscii ad emettere solo dei suoni strozzati privi di senso. Girai la chiave e misi in moto. La coda era finalmente sciolta e tutti poterono tornare a casa per scartare i regali.



















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