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Il vagone del destino. Storia di un viaggio mentale


Il vagone del destino è un racconto di fantasia che ho scritto ispirandomi alla lunga ed estenuante attesa del treno da parte di molti pendolari. La protagonista è una donna, che, senza rendersene conto, inizia un viaggio mentale non appena il treno parte. Dove la porterà l'immaginazione?

Vi auguro una piacevole lettura e aspetto un vostro commento!

La fata uncina.




Una foto della circumvesuviana di Casalnuovo di Napoli, dove ogni giorno molti pendolari aspettano il treno, sperando di poter trovare un posto libero sul vagone.

La pazienza, più che una virtù, è un talento che si coltiva attraverso le pratiche di vita quotidiana. Fiumane arginate di carrelli pilotati da individui che si trasformano in soldati per difendere il delicato equilibrio della fila alla cassa di un supermercato; oppure, la gestione dello stress che si accumula negli uffici postali. Si badi bene, non il mio, bensì quello delle persone che mi stanno avanti e indietro, quello di chi è persino riuscito a conquistare un posto a sedere e anche quello degli impiegati che, pur dovendo lavorare per qualche mese o poco meno, portano sul volto l'evoluzione di uno stato d'animo: dalla gioia di aver un impiego dignitosamente retribuito all'ansia di ritornare a cercare grandi occasioni ai mercatini delle pulci. Tale mood, viene sfogato sulle persone pazienti il cui unico obiettivo e spuntare tutte le voci della lista degli impegni settimanali. 

 Non è da meno la fila negli ambulatori. Comune a molti, rara a chi vive di favoritismi. Chi non ha mai provato l'ebbrezza di una confessione con uno sconosciuto? Una conversazione che nasce con una risposta scortese e finisce con un saluto paragonabile agli addii degli anni '20 e '30 che si caratterizzavano per fazzoletti colorati che asciugavano le lacrime di madri e mogli consapevoli di non incrociare mai più gli occhi dell'amore. 
 Avrei una mole di file da raccontare. Mi limito a rendervi partecipi di quella che ha sviluppato in me un'ansia catartica. All'inizio della mia relazione con biglietti, orari e sedili condivisi ero molto spaventata. In realtà, sono ancora del parere che l'attesa di un treno, soprattutto per un lasso prolungato di tempo, costituisca qualcosa di snervante. Questo lo posso testimoniare io che nascondo e custodisco un vassoio di pastarelle nella mia borsa di cuoio alla quale proprio ieri sera, seguendo il consiglio di una sconosciuta incontrata durante la fila in tabaccheria, ho dato una bella pulita con un prodotto impiegato nella pulizia delle superfici di legno. 
Tenete presente che, prima di uscire di casa, ho inebriato i capelli vaporizzando un composto a base di una pesca matura, due cucchiai di patchouly, limone e cacao. Ho letto la ricetta su uno di quei magazine gratuiti che distribuiscono le multinazionali erboristiche negli store arredati secondo i dettami dell'arredamento giapponese. Sono un alone che respira e il ritardo del treno sta dando la possibilità agli insetti di corteggiarmi. 
 Sono seduta su una delle panchine di pietra di questa stazione sperduta della periferia di Napoli. Mentre il vento fa viaggiare nelle mie narici il mix di odori che emano, osservo distrattamente le mappe che indicano le destinazioni d'arrivo. Il vociare delle persone confonde i miei pensieri che ruotano intorno all'appuntamento che potrei perdere. 
 Dal mio punto di vista, in tutte le stazioni del mondo si verifica il fenomeno dell'inerzia dei movimenti: se la persona che si trova in vantaggio sulle scale mobili, ad una biglietteria o su un binario agisce frettolosamente, tutti gli altri lo seguiranno automaticamente. 
Ebbene, oggi tocca a me aprire le danze di teste e colli che si muovono a destra e a sinistra nella speranza di vedere la luce verde che si accompagna a quella gialla e luminosa che sancisce l'arrivo del treno. Non mi piace provocare ansia negli altri. È da ben otto primavere che ho imparato ad apprezzare i doni del tempo che passa in attesa di iniziare un nuovo viaggio. È per questo che ho deciso di dare un senso alle cuffiette gialle che ho posizionato all'entrata del condotto uditivo: dopo quaranta minuti, non fanno più silenzio. Il folle sulla collina del quale raccontano i Beatles continua la sua avventura. Dedico questo pezzo della storia della musica ad una vecchina piena di buste e pacchi che tiene tra le mani con una forza tale da fare invidia alle giovani donne che si preoccupano di rovinare la costosa manicure realizzata con un fornetto; che tenerezza quel colletto di volpino che adorna il cappotto blu di tessuto bouclè e che risalta l'anello dorato sulla rugosa e lentigginosa mano sinistra. Non faccio in tempo ad offrirle il mio posto a sedere perché mi segue con la testa rivolta verso un miraggio: le rotaie annunciano che il treno sta arrivando come un salame di cioccolato arriva accompagnato dallo Small Town Boy dei Bronski Beat. 
 I piedi dei pendolari che si affrettano a raggiungere il vagone sembrano andare a tempo di musica e ,coreograficamente, si accompagnano a quelli di coloro appena giunti in stazione. Consapevole che tutto resterà immutato per almeno cinque minuti, mi alzo con calma. Presto attenzione al goloso contenuto della mia borsa e, accompagnata dall'alone di profumi, salgo sul treno e tra una spallata, un colpo di ascella e di aliti che non ricordano rose e violette, riesco a dispormi vicino al finestrino. Non mi è dato di sapere se arriverò o meno in tempo all'appuntamento e pertanto spoglio il mio polso dall'orologio pirate black, il colore preferito dei Punk del 1978. Mi è stato regalato da una parente che nel 1978 ha vissuto a Londra facendo propria la filosofia di vita cantata dai Sex Pistols. É un po' sua la colpa del mio modo di vedere la vita e dello sguardo perso che assumo quando osservo le persone attraverso i vetri delle finestre dei vagoni ferroviari. Scarpe, ginocchia e volti che dietro la serietà delle labbra chiuse nascondono una storia.
Le porte si chiudono, il capotreno fischia. Il viaggio ha inizio e io incomincio a fantasticare che il mio momento preferito non è lontano: il treno è quasi arrivato a destinazione e se qualcuno scende, di certo potrò sedermi. La verità è che per arrivare alla fermata di mio interesse, occorre circa mezz'ora. L'occhio nel cielo, l' Eye in The Sky degli Alan Parson Project mi riporta alla realtà dei fatti: il treno non ha fatto sosta alla prima fermata. Ha continuato a proseguire. 
Quel che mi suscita disappunto è che nessuno dei passeggeri sembra essersi accorto della cosa. Probabilmente qualcuno comincerà a scendere alla fermata successiva. Placando i battiti cardiaci, continuo il mio gioco preferito: osservo mani, piedi, occhi, teste . Il divertimento si interrompe perché si avvicina a me l'anziana donna alla quale non ho ceduto il posto quando il treno si faceva attendere. Avvicina il suo volto a me come in uno zoom. Pochi centrimetri dividono i nostri occhi. Non emette alcun suono, eppure mi parla: mi dice che sono io che sto conducendo il viaggio. Sta a me decidere dove far arrivare il treno che si fermerà solo quando sarò io a volerlo. É il viaggio del cambiamento. Mentre nei tunnel del suono penetra un pezzo di musica Chill out, da grigio e bianco, il vagone assume i toni di un arcobaleno di luci al neon. 
Fuori il cielo si colora di arancione mentre il Sole sembra un piatto di carta dipinto con tempera gialla. I pali ai quali i passeggeri si mantengono hanno le fattezze di una canna di bambù. Il colletto di volpino della vecchina ora è orchidea radiante. Con sorprendente agilità comincia una lunga corsa lungo il vagone che di tanto in tanto interrompe slittando e sgommando con le scarpe di velluto nero con la suola quasi staccata. Le avrà comprate per pochi euro in un mercatino dell'usato. Questo non ha importanza perché sfoga la sua follia staccando l'unico sedile non occupato lanciandolo per aria. Tutti i pendolari ridono divertiti della cosa. Tornando indietro, slitta davanti a me chiedendomi se io sarei capace di fare quel che mi sta dimostrando. Trova la risposta da sola: è negativa. 
 La paura mi impedisce di guardare oltre. La prendo come una sfida e mi metto in gioco. Vinco l'imbarazzo e provo a staccare l'obliteratrice. Non riesco perché non appena la sfioro assume le sembianze di una fontana dalla quale sgorga panna montata che lentamente crea un fiume bianco nel vagone. Continuando a ripetermi che non ne sono capace, la vecchina stacca un altro sedile. Colpita nell'orgoglio, provo a staccarne uno sul quale è seduto un uomo in giacca e cravatta di peso importante. Di nuovo non riesco: si è trasformato in un rinoceronte. La gente intorno ride, nessuno si spaventa tranne me. Si, ho paura, è la verità. Decido di staccare la musica ma quando porto le mani alle cuffiette mi accorgo che non ci sono più. Sono diventate un'estensione del mio corpo. Al posto delle orecchie ho delle casse stereo di forma circolare.
Mentre osservo la vecchina che urla e continua a staccare altri sedili stranamente inoccupati, perdo la capacità di chiederle da dove trova tanta forza. Improvvisamente, il fiume di panna si fa più profondo. Dai finestrini sta entrando acqua. I passeggeri restano inermi, osservano ma non protestano contro un treno che non ha ancora aperto le porte ad una fermata. L'acqua ha quasi riempito l'intero vagone, eppure la vecchina sembra non perdere la potenza nelle braccia e continua ad urlare senza nemmeno affogare. Temo che questa sia invece la mia sorte. Realizzo che non arriverò mai al mio appuntamento. Sperando che le cose cambino, provo a staccare un sedile. Mi preparo: pancia in dentro, addome contratto, sento che le vene nelle tempie stanno per scoppiare. L'acqua mi è nemica. Voglio vincere la paura. Mentre sto per farcela, l'arzilla donna salta verso di me cingendomi la vita: mi aiuta a staccare il sedile. Ci riesco. Mi chiede di lanciarlo verso la porta che delimita il vagone dove ci troviamo con quello successivo. Effettuo il lancio : il sedile va dritto verso quel che ho preso di mira. Non si rompe. Ci passa attraverso trasformando la porta nella serratura di una chiave. Comincio a nuotare nel vagone allagato. Il cielo arancione inizia a versare lacrime turchesi. Mi volto, mi guardo intorno : la vecchina è lontana da me. Riesco a sentire la sua voce: mi grida  «Indaco è il tuo colore». Agito le braccia e le gambe come una rana tentando di raggiungerla. Ha ripreso a staccare i sedili. La calma degli altri passeggeri mi genera ansia. Il suono della sua voce è così acuto da stimolare il battito cardiaco. Quando sono abbastanza vicina le nostre mani si legano. Guida anche me.
Tutte le porte del vagone hanno preso le sembianze di una serratura. L'acqua ci passa attraverso liberando così il vagone. Tira la mia borsa. La apre tirando fuori il vassoio di pastarelle. Eliminando la carta ormai bagnata, le prende una ad una e le lancia sui passeggeri. Sfogliatelle, crostatine e babbà si fanno cappelli. Nonostante ciò, restano inermi. La vecchina, senza placare né abbassare il tono di voce mi spiega che ognuna delle persone che vedo, rappresenta i tasselli della mia formazione personale che hanno contribuito a generare in me traumi. Ci sediamo su quel che resta dei sedili strappati. Il pavimento è gommoso e sui vetri c'è una patina di caffè. Riesco ugualmente a vedere la mia immagine riflessa. I piedi mi fanno male. Gli occhi dei pendolari sono puntati su di me. In particolare quelli di un bambino che ha tra le manine un libro dalla copertina color indaco. Provo ad avvicinarmi e gli chiedo se posso sfogliarlo. Punta i suoi occhi nei miei ma non mi da risposta. Riesco a togliere il libro dalle sue mani. Lo sfoglio, le pagine sono bianche. Non ci sono parole, né disegni. Glielo restituisco. La vecchina mi spiega che non vedo il contenuto perché già lo conosco. L'ho già letto. Tutto è successo quando ho accettato di barattare i miei ricordi con il folle giullare delle calze.
Con la leggiadria e l'eleganza di un maggiordomo d'altri tempi, vedo entrare dalla porta a forma di serratura un uomo con uno smoking a pois rosa: mi propone i suoi calzini speciali. Il volto è disteso, non sembra stanco. Ha i capelli nero corvino, gonfi come quelli di un clown. Illuminato dai raggi verde smeraldo riflessi nei suoi orecchini a forma di campana tubolare, insiste affinché io prenda almeno un paio di calzini. Inizio a desiderare che la super vecchina agisca per me. Così non è. Sembra proprio che debba sbrigarmela da sola. Con un gesto simile a quello di un amico che accarezza le mani in segno di conforto, porge i suoi calzini come una corona. Scarto la confezione che li contiene, tolgo gli stivali e ci infilo i piedi. Spostandosi come su un tappeto elettronico, mi lascia e si avvicina ad una coppia di passeggeri inermi che con sorpresa reagiscono alla sua vicinanza. Predice loro il futuro e gli lascia una coperta. Si volta e mi sorride. Poi, canticchia una canzone che racconta di lunghe corse per raggiungere il treno mentre i violini continuano a suonare con i fischi del capo stazione. Continuando a cantare, mi chiede di risolvere un indovinello: «lo cerchi, lo desideri ma non lo riesci ad ottenere. Eppure è sotto ai tuoi occhi, a volte moltiplicato. Che cosa sarà mai? Risolvi questo indovinello e il treno si fermerà alla tua destinazione»
. Priva ormai della capacità di stupirmi, partecipo al gioco. Voglio comunicarlo a quel buffo individuo ma è vicino alla porta che si apre offrendogli delle scale. Poi si chiude e ritorna ad assumere la forma di una serratura. 
 Mi accorgo che la vecchina sta costruendo qualcosa con i sedili che ha staccato. Li sta unendo e nel frattempo ha infilato dei calzini colorati come dei guanti. Tocca l'accumulo di sedili che prendono le sembianze di un pianoforte. Inizia a suonare le note di una melodia inedita allietando così l'intero vagone. I passeggeri si alzano unendosi in un lento. A me si avvicina un un ragazzo ben vestito: occhiali rossi, abito elegante, ventiquattrore e personal computer. Sedutosi accanto a me scrive mentre batte i piedi sul pavimento. Luci colorate rallegrano l’atmosfera, provengono dalle mappe di destinazione poste sopra le porte. Qualcuno si lancia allegramente sul pavimento gommoso dal sapore di panna. Abbandono il mio nuovo compagno di viaggio e comincio a vagare come se fossi su un tapis roulant che mi guida. Guardandomi intorno mi accorgo che tutti ai piedi hanno i calzini del folle giullare delle calze. C'è anche chi li estrae da un cestino di paglia come se fossero i fiori da distribuire in una cerimonia. La soluzione all'indovinello è l'unica cosa che non vedo. Così, decido di unirmi alla mischia e comincio a divertirmi. Batto le mani, saltello qui e la, giro intorno ai paletti fatti di canna di bambù e corro slittando come la buffa vecchina. 
Sul più bello arriva un controllore. Tra le mani ha un'obliteratrice che per l'occasione si è trasformata in una chitarra. Prendo uno dei miei stivali e lo utilizzo come se fosse una tromba. Tutto sembra aumentare in velocità. Gambe e braccia mi tremano. La bocca si apre senza il mio comando. Canto con una voce che non sembra la mia. Dal pavimento cresce una pianta che porta alla vetta non un fiore bensì uno spartito musicale senza note. Mi concentro e come per magia creo una nuova melodia. Ricevo applausi e fischi di gradimento. La vecchina si avvicina a me come all'inizio del viaggio: mi dice che dobbiamo tornare indietro. Facciamo il percorso a ritroso e tutti cantano in coro per comunicarmi che ho risolto l'indovinello. Tutto inizia a tremare. I sedili con sopra anche i passeggeri, iniziano a staccarsi uno ad uno mentre un tappeto si srotola lungo tutto il vagone diramandosi a destra e a sinistra verso le porte d'uscita. Il cielo riprende il suo colore azzurro, i pali di canna di bambù tornano ad essere di ferro. Lentamente tutto torna alla normalità. Sono sola in quel vagone. Il treno comincia a fermarsi stazione dopo stazione. Metto le mani in tasca: cerco l'orologio. Sono curiosa di sapere che ora è. Le luci nel vagone si spengono. È buio. L'unica luce che scorgo è quella  dei raggi di Sole che provano ad entrare tunnel dopo tunnel. 
 Le porte hanno ancora le sembianze di una serratura gigante. Le oltrepasso. Mi accorgo che ci sono delle persone. Sono statue di gesso dallo sguardo amorfo e senza vita. Sono l'unica alla quale batte il cuore. Non c’è più nessuno. Nemmeno il mondo c’è. Ci sono soltanto io. È la resa dei conti finale. Guardo fuori. Il treno è in una galleria. C’è pietra intorno e non c’è via d’uscita. Mi guardo intorno. Mi volto. Dietro di me tutto è in miniatura. Mi spavento e inizio ad andare veloce. Vedo una luce provenire dall'esterno. Non mi sembra quella solare. Mi affaccio al finestrino. Il treno sta prendendo colore, si sta velocemente vestendo di toni psichedelici, quasi sembra virtuale. Le persone sono tornate vive. Si alzano tutti improvvisamente. Odo in lontananza applausi e fischi. Al centro trovo la vecchina con in mano una busta dalla quale tira fuori mele rosse che rotolano sul pavimento gommoso.
Saranno più di un centinaio di mele. Lentamente i passeggeri si mettono in fila davanti a lei ballando la samba e schioccando le dita sul percorso tracciato dai frutti del peccato. Sento dentro di me una musica che parte. Mi volto e vedo un’altra fila di passeggeri. Come in una catena di montaggio, ognuno coreograficamente si passa i miei dolci. Il penultimo della fila li poggia uno ad uno sul capo prima di riporli nel vassoio di cartone che non è più bagnato. Quando l'ultimo pasticcino ha concluso la coreografia, tutti i passeggeri si uniscono in un trenino di festa che si muove lungo tutto il vagone. Avanzano verso di me. È il mio pensiero che li dirige. Passato e presente stanno per scontrarsi. Io al centro. Hanno il potere schiacciarmi. A me la scelta. Urlo e tutto si ferma. Le porte del treno si aprono. Mi volto. Non c’è più nessuno. Le due file sono sparite. Intravedo il nome di una stazione: la vecchina scende. Mi affaccio di nuovo al finestrino: il treno è di nuovo il freddo prodotto di un progetto ferroviario. Il mio volto è riflesso nel vetro: un paio di orecchini di perla adornano i miei lobi insieme alle cuffiette.
Una nuova fermata: il bambino con il libro indaco, mano nella mano con la sua mamma, scende. Ci vuole ancora un po' affinché giunga anche il mio turno. Edifici, campi di grano, laghi e strade sembrano scarabocchi di velocità fino a quando non assumono l'aspetto che tutti conosciamo quando anche il folle giullare delle calze conclude il suo viaggio. Una mela che rotola sul pavimento accompagna la mia attesa. I suoni dell' Africa annunciano la mia destinazione. Le porte impiegano qualche minuto per aprirsi. Si fondono e si trasformano di nuovo in una grande serratura fino ad aprirsi. Mi diramano qualche scalino che solco quasi con dispiacere. Non ho più paura.




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