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Countdown insolito a Napoli. Metti una sera a Capodanno





Era una giornata uggiosa il trecentosessantacinquesimo giorno dell'anno quando feci quel singolare incontro. 
L'orologio da taschino segnava le nove. 
Non c'è nessun motivo per nascondere ai lettori che ero in cerca di tranquillità e di pace. Tante erano le cose che avevo scritto e la gente mi amava. 
La fine dell'anno ineluttabilmente era giunta ed io, come di consueto, avrei recitato poesie a tema durante il cenone di capodanno con la mia famiglia. 
Può essere difficile da credere ma, mentre scrivevo le parole che il mare della mia bella Napoli mi dettava, vidi una donna vestita con una giacca viola e una gonna gialla. Saliva e discendeva la strada al passo del gattino che le camminava al fianco. Poco dopo, si avvicinò a me. Dal modo in cui mi guardava sembrava mi conoscesse. Certo, non sarebbe stata una novità vista la mia popolarità. Avevo poca voglia di improvvisare sorrisi che tutelassero l'immagine pubblica che avevo costruito con tanto impegno nel corso degli anni. Così, approfittai del quaderno che avevo tra le mani e finsi spudoratamente di essere concentrata a scrivere. Poco dopo, quella donna, si avvicinò a me porgendomi una borsa di tela nera che mi chiese di custodire mentre risolveva alcune faccende personali nell'albergo di fronte. Avendo intuito che quella era forse l'unica persona che non mi conosceva, accettai e, per la prima volta dopo molti anni, riuscii a rispondere sorridendo spontaneamente. Presi con molta serietà quella richiesta al punto tale da mettere la borsa a tracolla mentre scrivevo. La prima poesia era quasi finita. 
Dovete sapere che per professione scrivevo romanzi e per diletto poesie da recitare in famiglia in occasione del cenone del 31 dicembre. Quell'anno odiavo particolarmente il clima giovale e lucente tipico di quei giorni. Proprio non mi andava di essere felice solo perché era il periodo natalizio e né tanto meno perché era l'ultimo dell'anno. Avevo l'ansia a mille. Avrei di nuovo compiuto gli anni e questo avrebbe comportato l' aggiunta di un'altra candelina alla torta di compleanno. Vi rendete conto di cosa significa per una donna tutto questo? Come se non bastasse, nuovo anno stava a significare nuovi progetti ed io non ne avevo. 
Riconosco che il mix di emozioni che stavo provando era capace di regalarmi una buona dose di ispirazione per tanti meravigliosi componimenti. Passai alla seconda poesia. Per tradizione, sin da quando ero una bambina, recitavo tre poesie ogni tre portate. A casa mia il cenone di capodanno cominciava alle 21 e si finiva alle 23,55. Tre lunghe ore di masticazione, deglutizione, morsi, suoni di posate e un gradevole profumo di tovaglie da corredo tirate fuori dalla cassapanca solo in occasione delle tre ore che accompagnavano l'arrivo del nuovo anno. Amavo vedere i miei zii con le braghe sbottonate già dopo mezz'ora dalla cena. 
Ero felice quando spalmavo i panetti di burro sul pane per aiutare in cucina. Più rinvangavo i ricordi dei capodanni passati e più mi rendevo conto di non sapere che cosa aspettarmi quella sera. Mentre guardavo il mare, con la coda dell'occhio vidi due oggetti verde bottiglia. Mi voltai e, muovendo lo sguardo dal basso verso l'alto, i miei orizzonti fotografarono un paio di scarpe verde bottiglia seguiti da calzamaglie bianche seguiti dal viola e dal giallo che vestivano la proprietaria della borsa. Era lei! 
<< Non posso più tenerla con me. Te la regalo. Non aprirla fino a quando l'orologio non segnerà le 23,59>> - disse la donna.
<< Perché non devo aprirla fino alle 23,59?>> - risposi. Mi accorsi però che stavo parlando da sola perché la donna era già andata via. Guardai a destra e a sinistra ma di lei nemmeno più l'ombra. Mossa dalla curiosità, provai ad aprire la borsa. La zip era molto dura e pur provando a tirare non si apriva. Continuai a scrivere e dedicai a lei la terza poesia. Giocai con i colori che indossava e tirai fuori una poesia dedicata alla bellezza interiore. Il lettore deve infatti sapere che quella donna non era di bell'aspetto. Non che fosse brutta però era strana. Aveva i capelli tinti male, di un biondo che, probabilmente, si era fatto arancione lavaggio dopo lavaggio. Il naso non era in proporzione con il viso perché era molto piccolo e stonava con le mascelle quadrate. Lo sguardo era intenso ma gli occhi erano cadenti come quelli di una rana. La poesia però era un capolavoro. 
Ritornai alla prima pagina del quaderno per rileggere ed eventualmente correggere le poesie. A tal proposito c'è un'altra cosa che il lettore deve sapere: non mi limitavo a scriverle e leggerle aprendo il quaderno. Dopo aver dato una rilettura ai miei componimenti li riscrivevo su fogli di pergamena. Così feci anche quel giorno. Poi, avendo appurato di essere in ritardo, mi avviai verso casa. Prima però, provai di nuovo ad aprire la borsa di tela nera. Mi si spezzò un'unghia ma non si aprì. Cominciai a credere che forse si trattava di una burla nei miei confronti. Provai persino ad immaginarne il contenuto. Le uniche cose che mi venivano in mente erano carte, escrementi, bucce di frutta, e pietre. Non era né pesante né leggera. Avanzai il passo, camminai quanto più veloce possibile mentre focalizzavo nella mente le forbici sulla mia scrivania. Una volta tornata a casa le avrei usate per tagliare la borsa. 
Riuscii a fare ritorno verso le 19,45. Tutti i miei familiari dal più grande al più piccolo erano alle prese con i preparativi del cenone. Mia sorella e il nuovo marito tra baci appassionati e sguardi languidi lavavano i bicchieri e sceglievano con cura quelli destinati alle varie bevande. I bambini si davano da fare per apparecchiare i tavolini a loro destinati. Mia madre, in quanto insegnante di scuola elementare, era riuscita a prendere in prestito un paio di banchetti verdi e rossi di forma esagonale adatti ai più piccini. Tutte le altre donne erano in cucina. Salutai tutti velocemente e senza nemmeno liberarmi del cappotto entrai nella mia stanza. La lampada sulla scrivania era accesa e le forbici brillavano come un lingotto d'oro. Con i denti sfilai i guanti di vellutino prugna, sbottonai i bottoni turchesi del cappotto e lo appoggiai sulla poltrona di vimini. 
Poggiai la borsa sulla scrivania e presi le forbici. Le mie labbra acquisirono autonomia al punto tale da allargarsi da sole e le narici fecero lo stesso. 
Le lame delle forbici erano sempre più vicine alla borsa, mancava poco affinché si unissero per toccare la tela nera. Improvvisamente qualcuno aprì la porta. Era la zia Virginia che aveva un regalo per me. Lo scartai: una penna di legno con delle bordature d'oro. Fui molto felice di quel dono. Non potendo limitarmi ad un semplice grazie, lasciai la stanza insieme alla mia cara zia. La nostra chiacchierata ingannò il tempo di attesa per iniziare la cena. Erano le 21,00. Eravamo tutti intorno al tavolo ovale: bottiglie di vino rosso, acqua naturale e minerale e qualche bevanda gassata. Al centro, in un vassoio c'erano bruschette miste. Alcune classiche con pomodorini, olio, aglio e un pizzico di sale, altre alternative con sopra melanzane a funghetti o peperoni fritti con pan grattato. A queste seguitavano altri vassoi di forme diverse, con dentro grissini rivestiti di prosciutto crudo e prosciutto cotto, tartine con salame, bocconcini di mozzarella e melone di pane. 
Dopo aver ascoltato il discorso del Presidente della Repubblica, la cena ebbe inizio e con essa il mio show. Con la forchetta presi un bocconcino di mozzarella e lo addentai gustandone la morbidezza e il latte che ad ogni morso veniva fuori. Presi le tre pergamene e recitai la prima poesia. Arrivò la seconda portata. Addentai un pezzo di pizza di scarole, poi girai gli spaghetti con l'aiuto di una forchetta e di una vongola e feci un solo boccone. 
Recitai la seconda poesia dopodiché continuai a gustare ogni tipico manicaretto preparato con cura dalle donne di casa. Finii gli spaghetti con le vongole e passai al baccalà fritto. Pietanza dopo pietanza, mentre sentivo che il bottone dei miei jeans stava per scoppiare come la palla di un cannone,il mio pensiero andava verso il contenuto della borsa misteriosa. 
La terza portata sarebbe arrivata in concomitanza della mezzanotte che tutti aspettammo in modo diverso. Gli uomini come previsto, avevano camicie e pantaloni sbottonati, le donne, me compresa, lavavano i piatti e cucinavano. I bimbi, invece, mentre la tv passava un film natalizio, correvano avanti e indietro urlando, lanciando palle e palloni di cui uno finì nel vetro della mia stanza. Di scatto mi alzai per andare a verificare che non fosse successo nulla e ne approfittai per compiere l'estremo gesto: tagliare la borsa per scoprirne il contenuto. Il mio piano purtroppo fallì. Il vetro era sparso in ogni angolo e dovetti provvedere a rimuoverlo con l'aiuto dell'aspirapolvere. 
L'orologio segnava le 23,15. Ce l'avevo quasi fatta a scoprire il contenuto della borsa misteriosa. Mi chiamarono per la terza portata. Tornai a tavola e recitai la terza poesia per poi ricominciare a mangiare. 
Alle 23,55 in punto, il cotechino con le lenticchie era pronto per essere consumato. Gli uomini di casa cominciarono a preparare bottiglie di spumante e flûte. Mancavano 4 minuti alle 23,59. Infilai una mano nella borsa. Non riuscivo a trovare nulla. Il countdown era quasi cominciato. L'aria si faceva allegra e gioviale a tavola. Tutti erano eccitati per salutare i prossimi dodici mesi. Il conduttore del programma televisivo di capodanno annunciò che erano le 23,59. Con entrambe le mani, tirai con forza i lembi di tela nera della borsa. Finalmente fui in grado di aprila. Sia in tv che in casa mia, un coro di voci recitava: 9,8,7,6,5,4. Ero agitata e sentivo dei tamburi nella testa. Il countdown era giunto quasi alla fine: 3,2,1. Dalla borsa cadde un foglio bianco che si posò sui miei piedi.











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