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Storia di una ladra di fichi. Seconda Puntata

Pur se con un enorme cerchio alla testa, afferrai uno di quei frutti dall'albero come se fossi Eva e ne feci un sol boccone. Quanta goduria e quanta freschezza! Mi sembrava di masticare una bevanda zuccherina e dissetante.
Onde evitare di essere vista da qualcuno nelle condizioni in cui versavo, corsi immediatamente dentro casa. Sciacquai con cura la ferita, sciolsi il fiocchetto giallo che serrava il mio beauty case e presi disinfettante e cerotti con stampe di orsetti panda.
Mentre adornavo la mia pallida fronte con un fantasioso cerotto, cominciai ad osservare con minuzia la graziosa cucina della mia casetta: legno bianco di Provenza, centrotavola blu cobalto, tavolino in vimini e una graziosa insalatiera di porcellana che, forse, qualcuno prima di me avrà dimenticato di mettere a posto; fu in quel momento che mi venne la malsana idea di raccogliere qualche fico in più per offrirlo in spiaggia nel caso in cui qualcuno mi avesse rivolto la parola. Tenente bene a mente che la padrona di casa mi aveva dato il permesso di raccogliere ogni frutto. Attraverso i fatti che vi sto per raccontare capirete perché parlo di malsana idea.
Dopo aver collocato i fichi in frigorifero, cominciai chiedermi come portarli in giro perché di certo non potevo andare in giro con un'insalatiera di porcellana e così ricordai che mia madre aveva messo una mini borsa termica nella tasca anteriore del mio trolley nel caso potesse essermi utile. È li che decisi di destinare i fichi. Nel fare questi ragionamenti mi venne in mente che, avendo preso una casa e non un hotel a cinque stelle, dovevo muovere il mio flaccido culetto e andare a fare la spesa; vi confesso che in un primo momento avevo pensato di cibarmi di sola frutta e verdura per ritornare a casa come un bel figurino. Abbandonai in fretta questo pensiero rendendomi conto che mi sarebbe venuta una fame da lupi che in effetti già avevo e così feci una doccia al volo per andare al supermercato.
Prima di uscire allungai nuovamente la mano nel frigorifero per addentare un altro fico.
Mentre masticavo qualcosa andò storto, qualcosa di ferroso e duro sulla lingua, qualcosa che stava quasi per farmi arricchire un dentista, che avrebbe dovuto ricostruirmi una nuova dentatura. Sputai tutto insieme ad una specie di chiave tonda che ad una sola estremità presentava una punta. Che cavolo ci faceva una chiave dentro un fico? Da quando crescono le chiavi sugli alberi?
Analizzando meglio l'oggetto scoprii che in calce c'era uno strano simbolo che non avevo mai visto prima. La coscienza mi suggerì di comunicare alla proprietaria quel che avevo trovato, supponendo che magari la chiave appartenesse a lei.
Mi vestii in fretta e furia, indossando un paio di calzoncini di jeans con sopra una lunga, lunghissima camicia che mi copriva almeno fino al ginocchio. Direte: «che cavolo hai messo a fare un paio di calzoncini corti se poi ti copri con una tenda?!». Vi rispondo che si tratta di semplice coscienza o forse di una dolce utopia che mi lascia credere di seguire la moda, che se voglio posso accorciarmi la lunga camicia quando voglio e mettere in bella mostra le mie gambe che fanno clupt, clupt ad ogni passo.
Bussai alla porta della mia proprietaria che mi aprì poco dopo. Le mostrai la chiave e lei sbarrò gli occhi come se avesse visto un mostro. Mi disse di lasciare immediatamente la casa e di non farmi vedere mai più perché avevo trovato un oggetto che da circa mille anni nessuno più era riuscito ad avere tra le mani e, se non avessi voluto convivere con la maledizione che portava, avrei dovuto riportare la chiave nel suo luogo originario. Pensai subito all'albero, ma lei mi disse di no e che nessuno sapeva come facessero quelle chiavi a crescere dentro ai fichi, fatto sta che la leggenda vuole che chi ne metta una sul palato deve trovare il modo di sbarazzarsene o saranno guai.
Avrete sicuramente capito che la sfiga è sempre stata una mia carissima e invadente amica e quanta poca voglia avessi di condividere con lei la mia solitaria vacanza.
Sconcertata chiesi suggerimenti alla vecchina, ma lei mi disse che la risposta sarebbe arrivata solo quando il cielo sarebbe stato segnato da tre lampi di tuono a forma di V. Da quella risposta capii che la sfiga mi avrebbe fatto compagnia, giacché una vacanza di sole e mare non fa rima con i lampi di tuono.
Come prima cosa mi misi nella 127 verde di papà per andare a fare la spesa. Mi recai presso la filiale di una nota catena di supermercati e vi entrai scegliendo un carrello bello grosso, rendendomi conto, poco dopo, che non aveva senso visto che ero sola. Tale convinzione si fece concreta quando tra i corridoi dei vari reparti incrociavo gli sguardi di coppiette che con tanto amore sceglievano le cose da comprare per cena, gruppi di amici che si tiravano i pacchi di pasta e di carne e così via.
Proprio quando stavo per cambiare reparto, un lembo del mia lunga camicia si impigliò nel carrello di quel gruppo di amici che tanto si divertivano. Allungai il passo e crack! Si tirò via tutta la parte posteriore: la mia ciccia bianca era in bella vista e dal vetro del banco frigo vedevo le mie flaccide e già di nuovo pelose gambe sotto gli sguardi di tutte le persone che ridevano di me. Presa dalla vergogna, abbandonai il carrello e scappai via in lacrime.
Restai chiusa in auto per quasi due ore, digiuna e senza aver comprato nulla da mangiare. Ad un certo punto passò davanti a me l'incarnazione della bellezza. Non sapevo chi fosse, ma era esattamente come avrei voluto essere. Fu in quel momento che, come in un carillon, nella mia mente cominciarono a girare le voci e i volti di coloro che mi avevano derisa per la mia bruttezza. Colta da un'ira funesta decisi di cambiare: dovevo diventare bellissima.
Cercai su google dei video tutorial dedicati ai consigli per dimagrire e per fare ginnastica senza attrezzi ginnici; quasi in tutti si suggeriva di camminare almeno venti minuti al giorno. Questa cosa già la sapevo, ma non l'avevo mai messa in pratica; in questi video si illustravano anche i modi in cui camminare per lavorare su determinati punti del corpo e, senza pensarci due volte, scesi dall'auto, la chiusi a chiave e con smartphone alla mano cominciai a camminare tra i deliziosi vicoletti della Città Bianca. Proseguii per circa un quarto d'ora e già avevo il fiatone, tanto che dovetti sedermi su una panchina. La scelta si rivelò utile perché alzai finalmente lo sguardo per ammirare lo splendore di quella città che si erge sopra una montagna e che vista invece dal basso sembra una piccola miniatura di gesso. Era troppo bella per non essere subito esplorata e così continuai a camminare, pur se a passo più lento.
Innanzitutto andai alla ricerca di un negozietto dove comprare una maglietta e finii in una sorta di borghetto ai cui angoli c'erano delle piccole botteghe con le insegne di legno. Ognuna vendeva prodotti diversi: puro olio di frantoio, souvenir, oggettistica, orecchiette e tanti altri prodotti artigianali.
Girovagando tra i vicoli del centro storico di Ostuni ebbi modo di appurare che era caratterizzato da un caratteristico equilibrio tra arte e attività commerciali; ciò che rendeva ancora più bella la Città Bianca era il fatto che vista dall'alto dava l'impressione di essere uno dei luoghi protagonisti dei racconti di John Ronald Reuel Tolkien. Ad aumentare il fascino della località c'erano, e ci ci sono ancora, la pietra bianca e l'odore di sugo di pesce che proveniva dai ristorantini collocati qua e là nei candidi vicoletti. Pensate che i tavolini sono posizionati in tutti gli angoli utili e sono separati dal passeggio di turisti e abitanti da deliziose staccionate di legno e vasi di fiori colorati.
Addentrandomi sempre più nel centro storico arrivai al famoso Duomo noto per il tipico stile barocco che accompagna alcune zone del Salento, almeno così ebbi modo di leggere on-line. Dando invece una veloce spulciata ai siti dedicati, appresi che il nome specifico è Concattedrale di Santa Maria Assunta nominata monumento nazionale nel 1902 e che pare abbia qualche somiglianza con la cattedrale della chiesa di Santa Maria Jemale di Milano dove Isabella d'Aragona fece seppellire suo marito quando fu nominata duchessa di Bari e signora di Ostuni.
Avrei continuato a leggere ancora, ma dovevo continuare a perseguire i miei intenti. Si perché dall'obiettivo iniziale che mi ero prefissata il giorno della partenza se n'erano aggiunti altri due: scoprire il mistero che si nascondeva dietro la chiave che avevo trovato nel fico e diventare bellissima. Quest'ultimo lo stavo già perseguendo visto che già camminavo da svariate ore. Se vi state domandando se poi la maglietta l'ho comprata, la risposta è si. Una t-shirt con scritto sopra «se ti arrabbi sei stronza e se sei stronza trovatene contenta».
Nel frattempo si era fatta ora di cena e per fortuna c'erano delle salumerie aperte dove comprai giusto qualcosa.
Tornata a casa, trovai un biglietto sul tavolino: «entra ed esci da questa casa solo quando il cielo è ricco d'argento. Non mettervi piede quando esso è dorato o la maledizione si abbatterà su di te. Saluti. Non mi firmo per superstizione».



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