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Storia di una ladra di fichi. Terza puntata.

Leggendo quel biglietto, la prima cosa che d'istinto mi domandai fu: «che cosa faccio tutto il tempo fuori casa?».
Della serie la necessità aguzza l'ingegno, trovai in pochi secondi la risposta. Non avevo ricevuto il divieto di non accendere le luci e dunque potevo dedicarmi a qualsiasi altra attività.
Accesi il tablet per iniziare un diario elettronico ed elaborare il mio auto-programma di dimagrimento e di allenamento.  Il nome della cartella fu: «da cesso a vasca da bagno!»; cercai in seguito dei video tutorial di fitness su Youtube e diedi ufficialmente il via alla mia trasformazione.  Se solo potessi mostrarvi quanto erano simpatiche le mie flaccide gambe che più che andare a ritmo degli esercizi andavano a ritmo di musica!
Più la mia ciccia ballava e più continuavo a muovermi. L'allenamento durò all'incirca un'ora, dopodiché mi infilai sotto la doccia. Lo so, mentre leggete vorreste poter sapere che ho cantato a squarciagola canzoni strappalacrime, ma non l'ho fatto.  Quel che invece mi ha fatto compagnia sotto la doccia sono state le ipotesi sulle origini della misteriosa chiave. Da dove proveniva e dove potevo andare per scoprire la verità?
L'accappatoio sostituì presto le ipotesi e corsi a prenderlo per asciugarmi. Indossai il mio cuccioloso pigiama a righe blu e arancioni con la stampa di un adorabile gattino e  consumai la cena.
Lavai i denti e distesa comodamente sul divano digitai su Google «chiavi misteriose». Dal motore di ricerca vennero fuori siti web dedicati a fatine, eroine e storie fantasy, ma niente di quel che a me interessava. Arrivò una lampadina! Postare su Facebook la foto e chiedere ai miei pochi amici se sapevano darmi informazioni.  I “mi piace” non mancarono, ma i commenti furono poco utili. Ve ne elenco qualcuno: «goditi la vita!», «trovati un ragazzo racchia!», «che bella questa chiave! Me la regali?», «il sole ti è andato in testa!».
Poco dopo, provai con Instagram: ritaglio della foto, correzione con filtro, hashtag giusti  e una bella didascalia.  I like non mancarono nemmeno su quest'altro social così come qualche commento:  «hai mai sentito parlare dei Trulli di Alberobello?». Che comunanza aveva quella chiave con una località turistica? Apriva forse le porte di un museo? Non ne avevo la benché minima idea perché la Puglia la conoscevo poco e, pertanto, non mi restava che dirigermi verso i Trulli.  Link dopo link, ricerca dopo ricerca, mi addormentai.
Un soffice raggio di sole dolcemente accarezzava  il mio viso, ma io continuavo a dormire. Sentivo il calore riempire il mio volto e mi sentivo in paradiso. Ad un tratto aprii gli occhi, era poco dopo l'alba e io ero in casa. Cosa che non dovevo fare a causa del messaggio della padrona di casa.
Avevo dimenticato di mettere la sveglia! Balzai dal letto, mi infilai in bagno e di nuovo lavai i denti, passai il rasoio sulle gambe, indossai una cosa al volo, presi la borsa del mare, qualche abitino carino e piombai verso l'auto. Sentivo un esercito di pugili battermi il petto per quanta ansia avevo, ma non potei non fermarmi ad ammirare lo spettacolo che si mostrava ai miei occhi: i fiori appena sbocciati, i colori di frutti e ortaggi sparsi in un ordine geometrico perfetto che solo l'aritmetica della natura sa fare che quasi sembravano i colori del Pantone. Il cielo e il mare si fondevano insieme in un tappeto azzurro che cullava la  sabbia bianca e soffice. Prima di mettere in moto, mi allungai verso la spiaggia sperando che le onde del mare potessero portare via i miei pensieri.
Lo stomaco cominciò a brontolare, avevo un po' di fame e forse era giunto il momento di fare colazione. Tornai alla macchina per mettermi in cerca di un bar o di una panetteria che di mattina sfornasse qualcosa di buono e di dolce. Non vi ho detto che nel mio auto-programma di dimagrimento non c'era privazione alcuna, solo dimezzare le dosi e stare attenta agli eccessi; in  questo modo sarei riuscita a godermi i tesori culinari della Puglia che, al pari di quelli campani e napoletani, almeno una volta nella vita vanno assaggiati.
Di primo acchito progettai di svoltare la freccia della prima località che sarebbe comparsa sulla strada e poi mi arrivò sulla punta della lingua una zona turistica che cominciava per “P”. Pali, puli, poli... e poi mi venne in mente: «Polignano a mare!». Presto detto e grazie a Waze trovai il percorso giusto più in fretta.
Impiegai all'incirca mezz'ora.  In quel lasso di tempo ammirai il sole alzarsi sempre più in alto nel cielo e farsi specchio nel mare blu e cristallino che potevo scorgere dal finestrino.
Arrivai nella ridente cittadina di Polignano e ne fui subito colpita: migliaia di pasticcerie, panetterie, gelaterie che, come le alte mura delle fortezze del Medioevo, circondavano l'ingresso del centro storico.
Il profumo di dolci appena sfornati inebriava il mio olfatto e le mie papille gustative che danzavano con la saliva che iniziava a fare avanti e indietro nella mia bocca come le onde del mare.
Un posto valeva l'altro e così entrai nella prima pasticceria che trovai. Quante leccornie che c'erano nel bancone, avevo l'imbarazzo della scelta. Biscotti, brioches e cornetti. Fui colpita in particolare da un dolcetto ovale alto  più o meno due centimetri. Pensai che si trattasse di un rustico e, per togliermi ogni dubbio, chiesi informazioni al simpatico pasticciere (anche molto carino!) che stava per servirmi. Si trattava del pasticiotto, un dolce classico della colazione pugliese fatto di pasta frolla e farcito con crema pasticcera. Ovviamente, feci la mia scelta senza pensarci su due volte.  Il pasticciere mi fermò, suggerendomi di aspettare gli altri pasticciotti che stavano per essere sfornati e, intanto, come omaggio della casa, mi offrì un cappuccino cremoso. Non dovetti attendere molto, e qualche istante dopo pasticciotti all'arancia e all'amarena erano pronti per tuffarsi nella mia bevanda mattutina.
Gustai con estasi la mia colazione e per la prima volta realizzai che in fondo stare sola non era poi così male. Potevo fare sul serio tutto quello che mi andava e così andai alla toilette e infilai il costume da bagno; con i baffi del cappuccino salutai il pasticciere e cominciai la mia giornata da turista.
Passo dopo passo il centro storico di Polignano mi chiuse tra le sue braccia e, quasi come un padrone di casa che mi teneva per mano, mi accompagnò per le sue articolate viuzze fino a condurmi alla vista sul mare coronata da un ristornate scavato nella roccia e una grotta che, da quel che sentivo dire dalle persone accanto a me, si poteva raggiungere con una barchetta che poco dopo presi. Anche in quel caso mi trovai tra  tante coppiette innamorate, mentre io ero abbracciata alla mia borsa.  Di fronte a me c'era un ragazzo, il volto non mi era nuovo, lo avevo già visto da qualche parte, ma non ricordavo dove. Una grassa risata partì dalle sue viscere e sembrava avercela con me. Era al supermercato il giorno prima, apparteneva al gruppetto di amici in vacanza a causa dei quali si era distrutta la mia camicia e a causa dei quali ero fuggita via senza aver comprato nulla. Diventai rossa come un peperone arrostito, non sapevo dove guardare. Speravo solo che il giro sulla barchetta terminasse in fretta. Durò non poco, e il mio nervosismo saliva sempre di più nel vedere le coppiette tubare mentre ammiravano il cuore riflesso nell'acqua, una delle caratteristiche della grotta.
Finito il giro sulla barchetta, raggiunsi una simpatica spiaggetta con sassolini bianchi che rendevano l'acqua letteralmente trasparente tanto che i pesciolini giocavano a giro tondo intorno a me. Per fortuna non c'erano scogli contro i quali potessi finire e la mattina trascorse in modo tranquillo. Avevo persino preso un po' di colorito e mi sentivo fiera di somigliare ad Heidi. Stesa sul mio asciugamano, mi rilassavo scattando qualche foto e qualche selfie.
Alberobello, Puglia.
Onde evitare di diventare un biscotto Ringo misi anche la parte posteriore del corpo al sole e, come fa ogni ragazza quando è a pancia in giù in spiaggia, scavai nella mia borsa al pari di un pirata che cerca un tesoro. Presi la chiave misteriosa e la osservai in ogni lato, alternando la ricerca di notizie on -line.
Improvvisamente qualcosa colpi la mia testa emettendo un suono simile a un fischio che mi provocò un dolore pari a quello che si prova quando si riceve un pugno. Di nuovo una grassa risata infastidì i miei timpani, mi voltai ricolma di stizza e con sommo dispiacere scoprii che lo stesso gruppetto di amici che mi aveva rovinato la giornata il giorno prima aveva tirato un pallone nella mia direzione. Uno di loro mi si avvicinò chiedendomi scusa. Io ovviamente risposi con un'occhiata fulminante e mi voltai dall'altra parte. Non contento, si mise in ginocchio e disse: «dove hai preso questa chiave? L'hai comprata qui?» - «non sono affari che ti riguardano!» risposi. «Devo osservarla meglio» disse e portò la portò via con sé.  Di scatto mi alzai per riprendermela, ma lui cominciò a correre e io dietro di lui.
Cominciammo un inseguimento da slapstick comedy che si concluse quando quel fastidioso ragazzo prese a girare intorno a una statua con in alto la mano dove teneva la chiave cantando «Volare oh oh, cantare oh oh oh oh, nel blu dipinto di blu...». Era la statua di Domenico Modugno sulla quale, con mia somma soddisfazione, inciampò quel mascalzone. Recuperai la mia chiave e lo lasciai li dove era. Si rialzò e ancora ridendo mi disse che la chiave che avevo valeva molto più di quel che poteva sembrare e che se fossi andata ad Alberobello avrei scoperto qualcosa di molto interessante. Non mi disse altro perché per farsi perdonare del fastidio arrecatomi decise di offrirmi un gelato. Indovinate a che gusto? Fichi, mandorle e nocciola. Sarà stato un caso? Ancora adesso me lo domando, ma se vi trovate a Polignano a mare vi suggerisco di provarlo.
Sarei felice di raccontarvi la storia del gelato o le proprietà dei fichi che con il tempo ho imparato ad apprezzare, ma c'è altro che devo raccontarvi.
Visto che in casa potevo tornarci solo al calar del sole, decisi di dirigermi ad Alberobello con la speranza di mettere una croce sul mistero della chiave che avevo trovato nel fico colto dall'albero.
Ci vollero circa trenta minuti per raggiungere quello che oggi per me è il paese dei folletti, la città delle fiabe e delle case dei Puffi. Appena giunta ad Alberobello venni a sapere che è patrimonio dell'UNESCO e, in effetti, non può essere altrimenti. Calcolate che quando entrate all'interno di un trullo e salite sui terrazzini, trovate davanti a voi un paesaggio fatto di tante piccole casette dai tetti a punta color seppia, adornati con qualche fiorellino. Ammiravo quel belvedere e continuavo a chiedermi che cosa centrasse la chiave.
Percorrendo una delle tante salitine dei vicoletti di Alberobello fui colpita da una bottega che in vetrina aveva dei ciondoli con dei simboli identici alla chiave misteriosa. Ecco che cosa stava cercando di dirmi quel ragazzo, ecco che voleva comunicarmi il follower su Instagram. Entrai e mostrai la chiave alla commessa che ebbe la stessa reazione della mia padrona di casa! Vi giuro, mi sentivo come Roberto Benigni con le banane nel film “Jonny Stecchino”! Che cosa aveva di speciale quella chiave? Non l'avevo rubata, era lei ad essere venuta da me, anzi a crescere nel fico.
La commessa aprì un cassetto dal quale prese un libro dalla copertina di pelle color porpora. Lo aprì  e mi mostrò una serie di simboli magici tra i quali c'era anche la chiave misteriosa. In quel momento vi confesso che fui io ad impallidire. Mi sembrava di essere una strega di Eastwick che scopre di avere i poteri per caso, ma stavo correndo un po' troppo con la fantasia.
La commessa mi spiegò che si trattava del simbolo magico di Venere e che andava ricongiunto con il simbolo primitivo che rappresentava il cerchio del mondo. Mi invitò a seguirla. Uscimmo dalla bottega e ci dirigemmo verso il trullo che riportava il medesimo simbolo. Nel frattempo ebbi modo di ammirare il resto del luogo e di comprare qualche simpatica miniatura dei trulli.
Finalmente raggiungemmo il trullo con il simbolo di Venere. Entrammo e all'interno c'era una bottega con i vini tipici del posto che, so che vi deludo, non ho assaggiato. Iris, questo il nome della commessa, mi disse di cercare un mobiletto di latta. Girai in lungo e in largo, toccai ogni bottiglia di vino, grande o piccola, pensando che il mobiletto potesse essere nascosto dietro qualche scaffale. Urtai con il ginocchio contro qualcosa che emise il suono di una tromba rotta: era il mobiletto di latta.  Infilai la chiave misteriosa nel lucchetto che lo serrava, ma non si aprí...

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