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Il baccalà della Befana maritata

Ho passato l'esistenza a ricamare un corredo che ora vedo impolverato sulla testa di uno sconosciuto. Non ho mai avuto ciorta. Se qualcuno di voi non proviene dalla terra di Partenope, può immaginare una giornata di sole durante la quale tutte le femmine più belle cantano mentre stendono il bucato e che, poco dopo, arrivi un temporale. Questa non è ciorta.
La ciorta è quando incontri un viandante che ti dona il suo oro perché la borsa è pesante e il cavallo ha difficoltà a continuare il suo viaggio. Io non ce l'ho mai avuta e l'ho capito quando, in una notte di Luna, qualcuno bussò alla finestra.
Dopo aver ringraziato il cielo per la mia bella Capodimonte, guardai un po' più giù, ma non vidi nessuno. Lo specchio di fronte al mio letto rifletteva i mutandoni bianchi e le calze che avevo ricevuto come buon augurio affinché uno sposo giungesse da me.
Tre rintocchi colpirono un'altra finestra. Attraversai il corridoio dal quale potevo intravedere il ventre della mia Napoli e mi affacciai. Non vidi nessuno. Il cigolio della porta mi fece salire il cuore in gola. Avevo compagnia: un topolino stava sgranocchiando le briciole di torrone che insieme alle mie sorelle avevo fabbricato in onore delle anime dei defunti.
Sul battiscopa c'era un biglietto rosso. Curiosa come ero mi avventai per leggerlo: «esegui quel che è scritto e resta in silenzio. Nelle settimane precedenti ai giorni della merla uno sposo proveniente da terre lontane giungerà da te».

In novanta giorni preparai il corredo più bello del mio quartiere. Nella notte tra il quinto e il sesto giorno di Gennaio, in cucina c'era una padella dove friggeva il baccalà. La tavola era imbandita con un calice di vino, una brocca d'acqua e un piatto vuoto. Seduto, c'era un uomo bruttino ma con un bel sorriso. Mi chiese un tovagliolo per pulirsi la bocca. Per essere ospitale, presi un canovaccio dal mio corredo. L'uomo afferrò la mia mano e si trasformò in uno scheletro. Cercavo marito e invece ora mi tocca friggere il baccalà per l'eternità.

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