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Il Carnevale di una Vajassa


Era più o meno la fine del XVII secolo quando, nell'anno in cui il mio corpo si fece burroso e il mio profilo si distingueva da quello dei frutti maturi, a Napoli si organizzò una grande festa per il giorno di Carnevale; per la prima volta, i festeggiamenti della nobiltà si aprirono al popolo tra carri enormi e leccornie da distribuire agli affamati. Il Barone Quagliamattonella fece costruire un enorme carro-cuccagna destinato a sfilare nelle adiacenze di via Toledo. Era l'ora in cui il Sole batteva forte sulle case mentre io mi nascondevo sotto alle lenzuola in cerca di ristoro e riposo; purtroppo, il mio sonno fu disturbato da quello che nel gergo popolare si definiva 'o scetavajasse. Avevo lavorato tutta la notte e volevo solo dormire, ma quello strumento musicale mi fece velocemente salutare il buon Morfeo. Aprii la piccola finestrella di legno della mia umile dimora e, con i seni in bella mostra, urlai a gran voce di fare meno baccano. Nessuno mi diede retta, ma tutti si avvicinarono a me, tirandomi con la forza e innalzandomi sul carro; nel giro di pochi attimi, diventai la Sirena dello stesso carro. Non tentai di fuggire via perché avevo tanta fame e speravo di poterla saziare in virtù del ruolo conferitomi. Alimenti di ogni genere passavano sotto al mio sguardo affamato e, convinta di dovermi meritare almeno un pezzo di pane, mi accodai al suono dello scetavajasse, cantando il mio mestiere su uno dei cartelli delle quadriglie. Improvvisamente, un gruppo di popolani assaltò il carro e rubò tutto quel che c'era. Credendo fosse uno scherzo, presi a calci gli invasori improvvisai allegramente una canzone dialettale a loro dedicata. Una donna mi coprì gli occhi, mise le mani sul mio collo e, poco dopo, mi ritrovai a guardare il mondo attraverso i fori di una maschera. Trovai una chiave di argento puro e, certa che dovesse aprire una porta, vagai per le case del quartiere in cerca della serratura giusta. Passo dopo passo, raggiunsi un'abitazione nei pressi del mare. Avvicinai la chiave alla porta. La serratura si aprì. Ero appena entrata in una cucina enorme con una lunga tavola imbandita a festa. Una nobildonna si avvicinò a me. Non mi scambiò per una ladra, bensì per la sua nuova servetta. Mi diede ordine di accudire gli ospiti per la cena di Carnevale. La giornata finì e il mio stomaco rimase vuoto.

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